Vincere o sbagliare: cosa conta davvero nel settore giovanile

In NBA giocano circa 620 atleti. In Eurolega circa 315, in Serie A italiana circa 250. In totale, meno di 1200 posti al mondo per chi sogna di vivere di basket ad alto livello. Eppure nel settore giovanile ci comportiamo come se ogni tredicenne dovesse già arrivarci, e trattiamo ogni sua sconfitta come un campanello d'allarme.

È un errore che vedo ripetersi in ogni categoria giovanile che alleno: la vittoria diventa l'unico metro di giudizio, anche quando davanti abbiamo ragazzi di quattordici o quindici anni ancora nel pieno della loro crescita fisica ed emotiva.

Perché insegniamo ai ragazzi che perdere è un fallimento

Qualche mese fa Pep Guardiola, in visita al palazzetto di Cuneo, ha detto una cosa che mi è rimasta impressa: nello sport si perde più di quanto si vince, e il valore di un atleta non si misura dal risultato ma da quanto ci ha messo di suo. Ha aggiunto che la propria soddisfazione non dovrebbe mai dipendere dal giudizio di un compagno, di un allenatore o di un giornalista.

È una riflessione che da adulti diamo quasi per scontata. I social media hanno reso il confronto costante, e la cultura del risultato ha invaso ogni campo, dal lavoro allo sport. Ma nel settore giovanile dovremmo essere il primo argine a questa logica, non il suo prolungamento.

Se in una società senior la vittoria può non essere l'unico obiettivo, nel settore giovanile sta diventando quasi un'abitudine da inseguire fin da bambini. Perché non lasciare che i ragazzi sbaglino qualche partita in più?

Il cambio difensivo mancato, e quello riuscito un anno dopo

Qualche anno fa allenavo un ragazzo, difensore dotato e intelligente, che a due secondi dalla fine di una partita decisiva ha sbagliato un cambio su un blocco cieco. L'avversario ha segnato un alley oop e abbiamo perso per due punti.

Negli spogliatoi i compagni hanno reagito in modo diverso: alcuni lo hanno confortato, altri lo hanno preso in giro. Io sono rimasto vicino a lui, sapendo che quell'errore gli sarebbe pesato per giorni. Il giorno dopo ci siamo parlati in privato: gli ho spiegato cosa mi sarei aspettato in quella situazione, e ho condiviso la mia parte di responsabilità per non essere stato abbastanza chiaro durante la partita.

L'anno seguente, in una situazione quasi identica, a cinque secondi dalla fine, ha eseguito il cambio con precisione millimetrica e ha rubato palla, chiudendo la partita. Non è stato solo un riscatto sportivo: è stata la prova che lasciargli lo spazio per sbagliare, l'anno prima, aveva funzionato.

Il tiratore che ha aspettato tre anni per il suo momento

Un altro ragazzo, tiratore di talento ma fisicamente esile ed emotivamente fragile, ha faticato per tre anni a trovare spazio: prima nell'U17 Regionale, poi nell'U19 Eccellenza, dove il livello si alzava e i minuti in campo restavano pochi.

Al terzo anno, invece di spostarlo su un campionato più abbordabile, abbiamo lasciato che fosse lui a scegliere dove giocare. Ha deciso di restare in Eccellenza. Abbiamo intensificato il lavoro specifico, e verso gennaio sono arrivati i primi segnali di crescita. Ad aprile ha esordito in Serie C, in una partita di playout.

Il punto non è il debutto in sé, ma il fatto che lo staff tecnico abbia scelto di aspettarlo invece di sostituirlo con un giocatore già pronto. Gli avevamo garantito fiducia anche quando i risultati non arrivavano, e quella fiducia ha reso il suo margine di errore uno spazio di crescita invece che un rischio da evitare.

Cosa cambia per un allenatore che decide di lasciar sbagliare

Quello che questi due episodi mi hanno insegnato si riassume in tre punti:

  • L'errore non è un giudizio definitivo. Un ragazzo che sbaglia un cambio difensivo non è un cattivo difensore: è un ragazzo che, in quel momento, ha sbagliato.
  • La fiducia va data prima del risultato, non dopo. Aspettare un giocatore in difficoltà, invece di sostituirlo, è spesso la scelta più difficile ma anche la più formativa.
  • Il giudizio dell'allenatore pesa più di quanto pensiamo. Una frase detta al momento sbagliato, a quell'età, può restare addosso per anni, nel bene e nel male.

Alla fine, in ogni categoria, un solo trofeo verrà alzato. Ma nel settore giovanile il compito di chi allena non è produrre il vincitore di quel trofeo: è accompagnare ogni ragazzo nel proprio percorso, fatto di errori, pazienza e piccoli obiettivi condivisi, verso una versione più consapevole di sé, dentro e fuori dal campo.

Concetto chiave. Nel settore giovanile il risultato è solo una parte della valutazione: la vera crescita di un atleta si misura da quanto gli permettiamo di sbagliare senza smettere di credergli.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata originariamente su SBAM Coaching Magazine (n.8, maggio 2025). Se ti interessa anche il lato comunicativo del ruolo dell'allenatore, ti consiglio Mourinho e Pozzecco: due estremi della comunicazione sportiva.

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