Ho visto con i miei occhi cosa c'è dietro la maglietta da cinque euro. E non riesco più a guardare il mio armadio come prima.
La cartolina che nessuno ti mostra
Hai mai visto un bambino cercare cibo tra i sassi? O un fiume senza acqua, attraversato per chilometri solo da vestiti e stracci?
Questo è quello che mi sono trovato di fronte quando sono arrivato a Jakarta, capitale dell'Indonesia. E da quel giorno non ho più aperto il mio armadio nello stesso modo.
Dopo 18 ore di viaggio atterri al Terminal 3: modernità ovunque, giardini, giochi di luce, piante esotiche curate nei minimi dettagli. Esci, chiami il tuo Grab (il famoso Uber asiatico) e ti avvii verso quella che è l'area urbana più popolosa al mondo. Attraversando i parchi intorno all'aeroporto intravedi i primi grattacieli. E poi ecco che finisce la magia.
Quella che ti aspetti essere una grande città si rivela una baraccopoli. Intorno a quei palazzi visti da lontano non ci sono strutture moderne: solo lamiera e fame. Man mano che ci si avvicina al centro, il verde lascia spazio al grigio e alla cruda realtà: immondizia ovunque, strutture in lamiera usate come case senza confini apparenti tra una e l'altra. Bambini per strada alla ricerca di cibo, onde di auto e scooter con tre o quattro persone a bordo senza casco. Frigoriferi e macchine bruciate abbandonate lungo il ciglio della strada.
Jakarta si affaccia sul Mar di Giava, ma il rischio non è che il mare salga: è la città che affonda. Il 40% di Jakarta è già al di sotto del livello del mare e non per colpa delle maree, bensì per la subsidenza, il cedimento del suolo causato dall'estrazione eccessiva di acqua sotterranea e dalle costruzioni abusive. In alcune zone, la città scende fino a 25 centimetri all'anno. Non è un caso che il governo indonesiano abbia già deciso di spostare la capitale a Nusantara, nel Borneo.
E poi c'è il fiume Citarum. In alcuni punti non scorre acqua: scorrono vestiti. Stracci e indumenti che intasano il letto del fiume per chilometri, residui di un sistema produttivo che non sa dove mettere i propri scarti.
Eppure, a soli due ore di aereo, c'è Singapore. L'aeroporto è considerato il più bello al mondo: moderno, confortevole, giardini lussureggianti all'interno. Esci e la città ti sorprende: verde ovunque, anche sui palazzi, i celebri Gardens by the Bay. Non esiste una cartaccia a terra. Il 47% del territorio è dedicato a spazi verdi. Stesso continente, mondi completamente opposti.
Ed è proprio questo contrasto che mi ha colpito come un pugno. Come l'aeroporto di Jakarta è una bella cartolina per chi entra in Indonesia, lo stesso vale per la maglietta da cinque euro nell'armadio: una bellissima etichetta che nasconde, spesso, una realtà molto meno presentabile.
Jakarta: una delle città più inquinate al mondo
Jakarta non è solo enorme ma con i suoi oltre 34 milioni di abitanti nell'area metropolitana è la più popolosa del pianeta. È anche una delle più inquinate.
Al 1° giugno 2026, secondo i dati di IQAir, Jakarta si è classificata come la seconda grande città più inquinata del mondo, con un indice AQI di 153, classificato come "malsano". Il livello di PM2.5 ha registrato una media annuale di 34,1 µg/m³ nel 2025: quasi sei volte superiore alla soglia raccomandata dall'OMS.
Le cause sono molteplici: traffico urbano intensissimo, centrali a carbone, attività industriali, combustione dei rifiuti direttamente nelle strade. Respirare l'aria di Jakarta ogni giorno significa inalare quantità di particelle sottili che in Europa sarebbero considerate un'emergenza sanitaria.
Ma c'è un fattore che raramente appare nelle discussioni sull'inquinamento di Jakarta: l'industria tessile. Le fabbriche che producono i nostri vestiti sono presenti in Indonesia così come in Bangladesh, Vietnam e Cambogia, scaricando nei fiumi coloranti chimici, PFAS (sostanze perfluoroalchiliche usate per impermeabilizzare i tessuti) e acque di lavorazione non trattate. Secondo Icona Clima, il fiume Citarum è tristemente noto come uno dei fiumi più contaminati al mondo proprio a causa degli scarichi dell'industria tessile locale, con residui chimici tossici come zolfo, cromo, metalli pesanti e coloranti sintetici.
L'ho visto con i miei occhi. Non è una metafora giornalistica.
Il Sud-Est Asiatico: la fabbrica (invisibile) dei nostri vestiti
Non è una coincidenza che Jakarta sia al tempo stesso una delle città più inquinate e uno dei grandi hub produttivi del fast fashion. L'Indonesia è il quarto produttore mondiale di abbigliamento, e la regione ASEAN nel suo complesso (Bangladesh, Vietnam, Cambogia, Myanmar) produce la stragrande maggioranza dei capi che riempiono i negozi di Zara, H&M, Shein e decine di altri brand occidentali.
Non posso saperlo con certezza, ma guardando quelle baraccopoli mi sono chiesto quante di quelle persone lavorassero nelle fabbriche tessili che riforniscono i nostri negozi. La maggior parte di loro indossa abiti di taglia sbagliata, consunti, chiaramente non di prima mano e probabilmente scarti delle stesse produzioni che riforniscono i negozi europei: indumenti imperfetti, fuori misura, invendibili sui mercati occidentali.
L'impatto ambientale dell'industria tessile è uno dei più sottovalutati al mondo. Gli sweatshop, ovvero le fabbriche al limite della legalità, impiegano spesso lavoratori in condizioni di sicurezza inesistenti, a volte anche minorenni. Le sostanze chimiche usate nella tintura dei tessuti vengono maneggiate senza protezioni adeguate e riversate nei fiumi senza alcun trattamento. L'industria tessile è responsabile del 20% dell'inquinamento idrico industriale mondiale. Per produrre una singola maglietta di cotone servono circa 2.700 litri d'acqua dolce, ovvero l'equivalente del fabbisogno idrico di una persona per oltre due anni. La coltivazione del solo cotone utilizza il 24% di tutti gli insetticidi usati globalmente, pur occupando appena il 2,5% delle terre agricole.
Ho viaggiato molto, anche in Africa, ma vedere una metropoli come Jakarta in quelle condizioni mi ha davvero cambiato qualcosa. Soprattutto sapendo che pochi giorni dopo, a Singapore, avrei assaporato un altro stile di vita: ordine, ricchezza, attenzione maniacale all'ambiente. Due realtà a due ore di aereo, separate da scelte politiche ed economiche radicalmente diverse.
Tornato a casa, ho aperto il mio armadio. E ho guardato ogni capo con occhi completamente diversi.
Dalla fabbrica al tuo armadio: il viaggio che non vedi
Hai mai pensato a quanta strada fa una maglietta prima di arrivare sullo scaffale del negozio?
Viene filato il cotone in India o Pakistan. Il tessuto viene tinto in Bangladesh o Indonesia, con coloranti chimici che finiscono nei fiumi locali. Il capo viene cucito in una fabbrica del Vietnam o della Cambogia, da operai pagati pochi dollari al giorno. Viene imballato, caricato su una nave portacontainer, attraversa l'oceano, arriva in Europa, viene distribuito nei magazzini, poi nei negozi. Tutto questo per una maglietta da sette euro.
E dopo? La vita media di un capo fast fashion è di sette-dieci utilizzi prima di essere buttato, secondo dati Bloomberg. Ogni anno nel mondo vengono acquistati 80 miliardi di capi di abbigliamento, il 400% in più rispetto a vent'anni fa. L'industria della moda produce circa 92 milioni di tonnellate di rifiuti tessili ogni anno, di cui la stragrande maggioranza finisce in discarica o viene incenerita. Solo in Italia, secondo ISPRA, il 5,7% dei rifiuti indifferenziati è composto da scarti tessili: circa 663.000 tonnellate l'anno.
Dove finiscono i vestiti che buttiamo
I capi invenduti (la sovraproduzione può arrivare al 40%) finiscono in blocco nei mercati secondari del Sud Globale. Il più grande è il mercato di Kantamanto, ad Accra in Ghana, dove i vestiti usati occidentali vengono chiamati obroni wawu: "i vestiti degli uomini bianchi morti". Impossibile per i locali immaginare che ci si liberi così facilmente di qualcosa ancora indossabile. Ma una percentuale crescente di quei capi arriva già danneggiata, inutilizzabile e finisce nelle discariche abusive intorno alla città, dove vengono periodicamente bruciati.
Stessa storia nel deserto di Atacama, in Cile, dove si è formata una delle discariche tessili più grandi del mondo.
E ogni lavaggio di capi sintetici in lavatrice disperde microplastiche nell'ambiente: le microplastiche del settore moda rappresentano già il 35% di quelle presenti negli oceani del pianeta.
Qualcosa però sta cambiando anche a livello istituzionale: dal 19 luglio 2026 l'Unione Europea ha vietato la distruzione di abiti resi e invenduti in Europa, con il Regolamento ESPR 2024/1781. È un primo segnale concreto che le istituzioni stanno finalmente iniziando a intervenire.
A due ore di aereo c'è Singapore: la prova che un altro modo è possibile
Il contrasto più forte del mio viaggio non è stato vedere la povertà di Jakarta. È stato arrivarci da Singapore.
L'aeroporto Changi di Singapore è considerato il più bello del mondo: moderno, confortevole, con giardini interni che sembrano estratti da un film di fantascienza. Esci e la città ti colpisce: verde ovunque, anche sui palazzi, terrazze piantumate, i celebri Gardens by the Bay. Non esiste una cartaccia a terra. E ti assicuro che non è retorica, l'ho verificato personalmente camminando per ore nelle sue splendide strade.
Secondo Ecobnb, Singapore è la città più verde dell'Asia: il 47% del suo territorio è dedicato a spazi verdi. Ogni nuovo edificio deve restituire in verde l'equivalente della superficie edificata tramite tetti giardino, pareti verdi, terrazze piantumate. Nel 2021 il governo ha lanciato il Singapore Green Plan 2030, con l'obiettivo di garantire a ogni cittadino un parco a meno di dieci minuti a piedi e di piantare un milione di alberi entro il 2030.
Singapore non è un paradiso senza contraddizioni. Ma dimostra qualcosa di fondamentale: la sostenibilità urbana non è un lusso del Nord del mondo. È una scelta politica. Ed è replicabile.
Jakarta e Singapore sono a due ore di aereo. Lo stesso sole, lo stesso oceano, la stessa area geografica. Eppure mondi che sembrano appartenersi a secoli diversi. Quella differenza non è naturale: è costruita, giorno dopo giorno, da scelte economiche e industriali, incluse quelle che fanno sì che le nostre magliette costino poco e durino pochissimo.
Cosa puoi fare tu senza sensi di colpa, ma con consapevolezza
Non ti sto chiedendo di smettere di comprare vestiti, né di sentirti in colpa ogni volta che apri l'armadio. Ti chiedo di guardare le cose in modo un po' diverso, come ho fatto io tornando da quel viaggio.
Compra meno, ma meglio. Ogni capo che usi più a lungo riduce la domanda di produzione. Il gesto più sostenibile in assoluto è allungare la vita dei vestiti che già hai. Fare scelte di moda sostenibile non richiede di stravolgere le proprie abitudini dall'oggi al domani.
Esplora il second hand. Il mercato dell'usato sta crescendo rapidamente: secondo il report ThredUp 2024, entro il 2028 raggiungerà un valore globale di 350 miliardi di dollari. App come Vinted, Depop o i mercatini locali sono ottimi punti di partenza. Il vestito più sostenibile è quello già prodotto.
Impara a riconoscere il greenwashing. Se un brand dichiara di essere "100% sostenibile" senza mostrarti i dati a supporto, è un segnale di allarme. La sostenibilità vera è sempre un percorso in progress, mai una casella da spuntare.
Informati prima di comprare. Usa strumenti come Good on You per verificare in pochi secondi il punteggio di sostenibilità di un marchio. Un brand responsabile ti fornisce dati, è trasparente sulla filiera produttiva e usa materiali certificati.
Fai sentire la tua voce. Le aziende cambiano quando i consumatori chiedono trasparenza. Commenta, scrivi, condividi. Ogni azione conta più di quanto pensi.
Riflessioni finali
Quando l'aereo ha lasciato Jakarta, guardavo dall'oblò quella distesa di lamiera e cemento, i fiumi marroni, il fumo che saliva da qualche parte lontano. E pensavo a quante magliette da cinque euro avevo comprato nella vita senza chiedermi mai da dove venissero.
Non sono tornato con la risposta giusta in tasca. Ma sono tornato con una domanda che non riesco a smettere di farmi: cosa scelgo di finanziare ogni volta che compro un vestito?
La risposta, per fortuna, è nelle nostre mani.
Fonti: IQAir (2026), Icona Clima, Alvearia, Infobuild Energia, Geopop, Ecobnb, Associazione Italia ASEAN, ISPRA, ThredUp Resale Report 2024, Bloomberg.
Questo articolo, scritto per il blog il Vestito Verde, nasce come progetto del modulo di Copywriting del Master in Growth Marketing e Agenti AI (start2impact x Unimarconi), a partire da un viaggio realmente vissuto.